Ludovico il Moro

Ludovico Maria Sforza
Pala Sforzesca - detail 01.jpg
Maestro della Pala Sforzesca, Ludovico il Moro, particolare dalla Pala Sforzesca, 1494-1495, Pinacoteca di Brera, Milano
Duca di Milano
Stemma
In carica 14801499 de facto; 14941499 de jure
Incoronazione 1480
Predecessore Gian Galeazzo Sforza
Successore Ducato passato a Luigi XII di Francia
Duca di Bari
In carica 14791500
Predecessore Sforza Maria Sforza
Successore Isabella d'Aragona
Nome completo Ludovico Maria Sforza
Altri titoli Signore di Milano
Nascita Milano, Ducato di Milano, 3 agosto 1452
Morte Loches, Regno di Francia, 27 maggio 1508
Dinastia Sforza
Padre Francesco Sforza
Madre Bianca Maria Visconti
Consorte Beatrice d'Este
Figli da Beatrice d'Este

da Bernardina de Corradis

da Cecilia Gallerani

da Lucrezia Crivelli

da Romana[1]

  • Leone
Religione Cattolicesimo
Firma Unterschrift Ludovico Sforza.jpg

Ludovico Maria Sforza detto il Moro (Milano, 3 agosto 1452Loches, 27 maggio 1508) è stato duca di Bari dal 1479, reggente del Ducato di Milano dal 1480 al 1494 affiancando il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza e infine duca egli stesso dal 1494 al 1499. Durante il suo governo, Milano conobbe il pieno rinascimento e la sua corte divenne una delle più splendide del nord Italia. Patrono di Leonardo da Vinci e di altri artisti di rilievo della sua epoca, è noto soprattutto per aver commissionato l'Ultima Cena a Leonardo.

Biografia

I primi anni

Ludovico Maria Sforza nacque il 3 agosto 1452 a Milano, presso il palazzo dell'Arengario[2], quarto figlio maschio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti.

Riguardo al soprannome di "Moro" che si guadagnò da subito, esistono differenti interpretazioni:

  • secondo Alessandro Visconti, nella sua Storia di Milano, ebbe questo soprannome dall'introduzione a sua opera nelle campagne lombarde del gelso, pianta che viene chiamata localmente moròn, termine dialettale derivato direttamente dal latino morus[3] (teoria oggi ritenuta la più plausibile).
  • forse a causa della carnagione scura e dei capelli neri, come visibile in molti suoi ritratti.[4]
  • secondo alcuni si sarebbe chiamato Ludovico Mauro Sforza.[5]
  • secondo Benedetto Varchi, come sostenuto nella sua "Storia Fiorentina", il soprannome deriverebbe dalla sua impresa privata, raffigurante un moro che spazzola la veste d'una nobildonna, con il motto "Per Italia nettar d'ogni bruttura".

Pur essendo stato gravemente malato sui cinque anni, Ludovico si riprese e crebbe senza ulteriori problemi di salute. Pur nella condizione di figlio ultrogenito (senza quindi la speranza immediata di ereditare il trono paterno), la madre Bianca lo destinò a istruirsi di una vasta cultura all'insegna dello spirito rinascimentale, soprattutto nel campo delle lettere classiche. Sotto la tutela dell'umanista Francesco Filelfo, Ludovico ricevette pertanto lezioni di pittura, scultura e lettere, oltre che venire istruito nelle questioni di governo e amministrazione. A soli sette anni, a Mantova, accolse con la madre e i fratelli papa Pio II in visita alla città, facendo la propria prima uscita pubblica in un'occasione ufficiale.

Versato anche nelle materie militari, il 2 giugno 1464 ricevette dal padre Francesco il comando di un corpo composto di 1000 fanti e 2000 cavalieri. Era molto appassionato anche di caccia.

Il governo di Galeazzo Maria Sforza

Giovanni Ambrogio de Predis, Ludovico il Moro in armatura, miniatura dalla Grammatica Latina di Elio Donato, fine XV sec., Biblioteca Trivulziana, Milano.

Quando il padre Francesco morì, nel 1466, il primogenito Galeazzo Maria, fratello maggiore di Ludovico, divenne duca. Dopo dieci giorni, Ludovico era già a Cremona per mantenere unite le terre del ducato e incoraggiare gli abitanti della città a tributare omaggi di fedeltà al nuovo duca. Nel settembre di quello stesso anno, a ogni modo, cadde malato di "febbre terzana", dalla quale venne prontamente curato grazie all'intervento del medico di corte, Guido Perati, assistito da Giacomo da Gallarate e Filippo da Novara.

Continuò a occuparsi di missive diplomatiche rimanendo a Cremona sino all'anno successivo, quando si recò a Genova per accogliere Ippolita Maria Sforza, moglie di Alfonso d'Aragona, ricevendo quello stesso anno il titolo di conte di Mortara. Il 6 giugno 1468 Ludovico fu di nuovo a Genova per accogliere Bona di Savoia, che ivi giunse il giorno 26 giugno, e la scortò sino a Milano dove, il 7 luglio, ebbero luogo le nozze col duca Galeazzo Maria. Fu ancora ambasciatore poi presso il re di Francia e poi a Bologna. Nel 1471 fu a Venezia, passando nell'agosto dello stesso anno a Roma per l'incoronazione di papa Sisto IV e poi nel settembre di quello stesso anno alla corte di Torino.

Nel 1476 venne inviato in Francia dove, il giorno di Natale, venne ricevuto dal sovrano locale.

L'ascesa al potere

Il potente consigliere ducale Cicco Simonetta che il Moro fece decapitare per "liberare" la cognata e il governo di Milano

Dopo l'assassinio del duca suo fratello a Milano, il 26 dicembre 1476, sul trono del ducato gli succedette il figlio Gian Galeazzo Maria Sforza, allora di soli sette anni. Ludovico ritornò frettolosamente dalla Francia non appena ricevuta conferma della notizia e, con l'aiuto del fratello Sforza Maria, tentò di opporsi alla reggenza di Bona di Savoia, madre di Gian Galeazzo Maria, non tanto perché egli fosse opposto alla condotta della donna, quanto perché il ducato era in quegli anni nelle mani del consigliere ducale Cicco Simonetta, fiduciario di Bona. Ludovico e il fratello cercarono di sconfiggerlo con una congiura ai danni del governo milanese, ma il loro tentativo fallì.

Nel febbraio del 1479 il Moro e il fratello Sforza Maria, indotti da Ferdinando I di Napoli, entrarono con un esercito nella Repubblica di Genova dove si unirono a Roberto Sanseverino e Ibletto Fieschi. Bona di Savoia e Cicco Simonetta convinsero Federico Gonzaga ed Ercole d'Este a radunare un esercito e venire in soccorso del Ducato dietro il pagamento di un ingente somma di denaro mentre un secondo esercito alla guida di Roberto Malatesta e Costanzo Sforza avrebbe fronteggiato le truppe del pontefice. Il 1 marzo il Moro e il fratello vennero dichiarati ribelli e nemici del Ducato e vennero loro revocate le entrate che percepivano in virtù della dote materna. Dopo aver compiuto saccheggi nel pisano, i due tornarono in Liguria. Il 29 luglio Sforza Maria Sforza morì in un accampamento presso Varese Ligure, forse avvelenato o di morte naturale. Ferdinando I di Napoli nominò il Moro quale nuovo duca di Bari. Il 20 agosto Ludovico riprese la marcia alla volta di Milano alla testa di un esercito di 8.000 uomini attraversando il Passo di Centocroci e risalendo la Valle Sturla. Il 23 agosto prese la cittadella di Tortona dopo aver corrotto il castellano Rafagnino Donati. Risalì poi per Sale, Castelnuovo Scrivia, Bassignana e Valenza. Dopo questi successi il Simonetta inviò Ercole d'Este a fermare il Moro con le armi tuttavia molti nobili vicini al duca spingevano per una riconciliazione così il 7 settembre, grazie all'intercessione di Antonio Tassino, favorito e probabilmente amante della duchessa, il Moro fece ingresso a Milano e fu ospitato nella corte del castello. Il Simonetta, conoscendo la scaltrezza del Moro, si oppose fermamente alla riconciliazione e profetizzò a Bona che così facendo: "io perderò la testa, e voi in processo di tempo perderete lo stato". La permanenza del Moro a Milano permise di evitare lo scontro armato tra il suo esercito e quello del duca di Ferrara. La nobiltà ghibellina milanese, che aveva quale riferimento Pietro Pusterla, sfruttò però la sua venuta per cercare di convincerlo a liberarsi del Simonetta che ormai era di fatto alla guida del Ducato mentre quest'ultimo per convenienza politica cercava di recuperarne il favore. Inizialmente non vi riuscì, pertanto fece imprigionare Orfeo Aricca e cercò appoggio nei marchesi di Mantova e del Monferrato nonché in Giovanni Bentivoglio e Alberto Visconti, progettando una rivolta armata contro il segretario ducale. Il Moro, venutolo a sapere, fu costretto a farlo imprigionare insieme ai suoi famigliari e presto le proprietà milanesi del segretario ducale furono saccheggiate. Qualche giorno dopo Cicco e il fratello Giovanni furono trasferiti su un carro nelle prigioni del castello di Pavia sotto la sorveglianza del prefetto Giovanni Attendolo, Orfeo Aricca fu imprigionato nel castello di Trezzo mentre gli altri famigliari furono rilasciati. Ercole d'Este, considerando ormai il Ducato nelle mani del Moro, fuggì a Ferrara.[6]

La morte di Cicco Simonetta e l'esilio di Bona di Savoia

Giovanni Antonio Boltraffio, Ritratto di Ludovico il Moro, 1500 ca., Raccolta del Principe Trivulzio, Milano
Testone d'argento della seconda metà del Quattrocento che mostra sul diritto (a sinistra) il ritratto del duca Gian Galeazzo Maria Sforza e sul rovescio (a destra) quello dello zio Ludovico il Moro, suo tutore

Ottenuto il potere, il Moro richiamò a Milano il fratello Ascanio Sforza e Roberto Sanseverino poi inviò oratori per stringere o risaldare alleanze con Lorenzo de' Medici e Ferdinando I di Napoli nonché con papa Sisto IV e prevenne un'alleanza tra gli svizzeri e la Repubblica di Venezia ai suoi danni. La pace tra Milano, Firenze, Roma e Napoli, conclusa a dicembre, fu possibile grazie all'abilità politica dimostrata da Lorenzo nel suo viaggio a Napoli (suggerito dal Moro) e all'intermediazione Ippolita Maria Sforza che fece in modo da una parte di mantenere l'alleanza tra Milano e Firenze e dall'altra di evitare la caduta di Lorenzo, trattenuto per tre mesi dal re di Napoli. Alla fine di febbraio del 1480 giunsero a Milano gli ambasciatori di Sigismondo d'Austria per chiedere la liberazione del Simonetta ma non poterono essere accontentati. Nel frattempo la nobiltà ghibellina, pur avendo aiutato il Moro nella sua scalata al potere, gli era divenuta sempre più invisa e aveva trovato in Ascanio Sforza il difensore dei suoi interessi. Il Moro, persuaso dal Sanseverino, ordinò l'arresto del fratello e il suo esilio a Ferrara. Furono esiliati anche Pietro Pusterla, Giovanni Borromeo, Antonio Marliani e molti altri illustri esponenti della fazione ghibellina. In aprile si ruppe l'alleanza stipulata pochi mesi prima dal momento che Sisto IV si alleò con i veneziani attaccando Costanzo Sforza a Pesaro; il Moro inviò Roberto Sanseverino in aiuto dei fiorentini mentre Ferdinando di Napoli inviò truppe a supporto di Costanzo e il figlio Alfonso, duca di Calabria, riuscì a catturare Siena con l'aiuto dei ghibellini senesi scacciando i guelfi ma fu poi richiamato in patria a causa della brutale conquista di Otranto da parte dell'Impero Ottomano. La minaccia turca pose fine alle ostilità in Toscana e il 1 ottobre il Sanseverino tornò a Milano. Il Moro richiamò il fratello e i nobili milanesi esiliati pochi mesi prima che lo convinsero a giustiziare il Simonetta. Il Moro affidò l'istituzione del processo a Giovanni Antonio Aliprandi, che in passato era stato torturato dal Simonetta, nonché il capitano di giustizia Borrino Colla, il giureconsulto Teodoro Piatti e l'avvocato Francesco Bolla, tutti notoriamente avversi all'ex-segretario ducale, in modo da assicurarsene la colpevolezza. Al Simonetta fu chiesto di pagare 50.000 ducati per sottrarsi alla condanna a morte ma questi rifiutò adducendo di averle accumulate nel tempo per garantire un futuro ai figli. Dopo essere stato torturato, il 29 ottobre il Simonetta fu processato, dichiarato colpevole e il giorno successivo decapitato presso il rivellino del castello di Pavia prospiciente il Parco Visconteo. Fu poi onorevolmente tumulato nel chiostro della chiesa di Sant'Apollinare, andata distrutta nel 1525 durante la battaglia di Pavia. Il fratello Giovanni fu trasferito in una cella a Vercelli. La morte del Simonetta tolse di mezzo il principale avversario di Antonio Tassino che divenne sempre più arrogante. Il Corio racconta che quando il Moro o altri nobili milanesi andavano a fargli visita era solito farli aspettare a lungo fuori dalla porta finché non aveva finito di pettinarsi. Il Tassino riuscì a convincere Bona, ormai succube dell'uomo, a sostituire Filippo Eustachi, prefetto del castello di Porta Giovia con suo padre Gabriello ricorrendo all'intermediazione di Giovanni Botta. Il prefetto non si fece corrompere e mantenne il giuramento fatto al defunto duca Galeazzo Maria Sforza di mantenere il castello fino al raggiungimento dell'età di 24 anni da parte del figlio Gian Galeazzo Maria. Il Tassino fu fatto arrestare dal Moro per mano di Ermes Sforza ed esiliato a Venezia in cambio di una grossa somma di denaro. Quando Bona di Savoia fu informata dell'esilio del favorito andò su tutte le furie e cercò di fuggire in Francia ma il Moro la costrinse ad una prigionia dorata nel castello di Abbiategrasso. Il 3 novembre 1480 Ludovico il Moro fu nominato reggente del ducato nonché tutore del giovane duca Gian Galeazzo Maria dai giuristi Francesco Bolla e Candido Porro.[7]

Guerra dei Rossi

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra dei Rossi.

Alla fine di ottobre Roberto Sanseverino, sdegnato e geloso della vicinanza di Filippo Eustachi e Pallavicino Pallavicini al Moro, pretese un aumento di stipendio per continuare a svolgere il ruolo di capitano generale dell'esercito milanese e ottenuto un rifiuto si ritirò nel suo feudo di Castelnuovo Scrivia e iniziò a complottare contro i due con l'aiuto di Pietro Dal Verme, signore di Voghera e di Pier Maria II de' Rossi, signore di San Secondo e appartenente da una famiglia, i Rossi di Parma, storicamente ostile ai Pallavicini. I fiorentini e i napoletani esortarono il Sanseverino a tornare al servizio del duca il quale a sua volta gli chiese di comparire al suo cospetto entro tre giorni ma questi si rifiutò. Nel gennaio del 1481 Sanseverino venne dichiarato ribelle e il Moro gli inviò contro un esercito di 2.000 fanti e 4.000 cavalieri al comando di Costanzo Sforza. Iblietto Fieschi giunse dal genovese con un esercito in supporto del Sanseverino ma fu pesantemente sconfitto da Costanzo Sforza. Presto il Sanseverino fu abbandonato da Pietro dal Verme e dagli altri suoi sostenitori e trovandosi ormai isolato fu costretto a fuggire a Venezia. Il figlio Gaspare Sanseverino, detto Fracassa, fuggì in Francia ma le moglie di entrambe e il figlio Alessandro furono condotti prigionieri a Milano. Nel 1482 i Rossi furono estromessi dal consiglio degli anziani di Parma e dopo aver stipulato un'alleanza con i veneziani, che si impegnavano a supportarli economicamente, si ribellarono all'autorità ducale. Costanzo Sforza allora fu inviato nei pressi di San Secondo e vi pose l'assedio ma fu presto sollevato dal comando dal Pallavicino, che non vedeva di buon occhio le sue buone relazioni con Pier Maria de' Rossi, al suo posto furono nominati Sforza Secondo Sforza, Giampietro Bergamino e Gian Giacomo Trivulzio. Il 2 settembre 1482 morì Pier Maria II de' Rossi e gli subentrò il figlio Guido de' Rossi ma la rocca di San Secondo si arrese definitivamente solo il 21 giugno 1483. La vittoria milanese in questa guerra rappresentò la fine dell'egemonia dei Rossi nel parmigiano.[8]

Guerra di Ferrara

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra di Ferrara (1482-1484).

Nel maggio del 1482 la Repubblica di Venezia sfruttò la Guerra dei Rossi in cui era impegnato il Ducato di Milano per aprire un nuovo fronte contro il Ducato di Ferrara, supportata dai pontifici e dai genovesi. Qualche mese prima infatti i ferraresi, su pressione del Moro, avevano impedito l'attraversamento delle loro terre da parte dell'esercito veneziano che si stava recando in soccorso dei Rossi. Questo miglioramento nei rapporti tra milanesi e ferraresi era dovuto al fidanzamento tra il Moro e Beatrice, secondogenita di Ercole d'Este, raggiunto nella primavera del 1480 dopo che un precedentemente fidanzamento con la primogenita Isabella fallì essendo già stata promessa in sposa a Francesco Gonzaga. I veneziani infatti miravano, oltre ad espandere il proprio territorio sulla terraferma, ad assumere il controllo delle saline di Comacchio che rappresentavano una delle entrate principali degli Este. Radunato un esercito di 12.000 fanti e 5.000 cavalieri nominarono comandante Roberto Sanseverino che presto assediò Rovigo con la costruzione di due bastìe. Il Moro si incontrò a Cremona con Federico da Montefeltro, nominandolo capitano dell'esercito che inviò contro i venezian, le truppe fiorentine guidate da Costanzo Sforza attaccarono e presero Città di Castello mentre Ferdinando I di Napoli inviò Alfonso di Calabria contro il papa con un esercito di 6.000 fanti e 6.000 cavalieri che si accampò a sole cinque miglia da Roma. Si aprì poi un quarto fronte nel parmigiano che vide contrapposti i mantovani guidati da Federico Gonzaga e i genovesi da Giovanni Bentivoglio. Il 29 giugno, dopo un mese di assedio, i veneziani riuscirono a catturare Ficarolo, poi Argenta quindi risalirono il Po con l'esercito e con la flotta puntando su Ferrara. Il 21 agosto 1482 le truppe napoletane furono pesantemente sconfitte dai pontifici nella battaglia di Campomorto. Il 10 settembre morì Federico da Montefeltro perciò il Moro, conclusa la guerra dei Rossi, inviò le truppe ivi impegnate nel ferrarese alla guida di Sforza Secondo Sforza che però fu sconfitto nella battaglia di Argenta con tanto di cattura di molti dei comandanti. Il 2 novembre 1482 Roberto Sanseverino e il figlio Gaspare devastarono il parco che Ercole d'Este aveva poco fuori città e si accamparono a quattro miglia dalle mura di Ferrara. Ercole si ammalò gravemente tanto che molti lo credettero morto e la moglie Eleonora d'Aragona assunse il governo dello stato preparando la difesa della città. Nel frattempo Sforza Secondo riuscì a sconfiggere i veneziani sul Po catturando circa trenta galee. Consapevole che molti ormai credevano che il duca fosse morto, Eleonora fece affacciare il marito da un balcone del castello, il che contribuì a infondere coraggio nei cittadini e ben presto 25.000 ferraresi si dedicarono alla difesa della città, riuscendo infine a respingere i veneziani che furono costretti a ritirarsi a Ficarolo. Il 6 gennaio 1483 Sisto IV abbandonò l'alleanza con i veneziani passando dalla parte di Milano, Ferrara, Firenze e Napoli e la nuova lega si trovò a Mantova per discutere di una nuova guerra contro i veneziani. La guerra si concluse con la Pace di Bagnolo del 1484.[9]

Temendo soprattutto la potenza della confinante Venezia, mantenne alleanze proficue con la Firenze di Lorenzo il Magnifico, con Ferdinando I re di Napoli e con il papa Alessandro VI Borgia. La nipote di Ferdinando, Isabella d'Aragona, andò sposa a Gian Galeazzo Maria Sforza, mentre il fratello di Ludovico, Ascanio, venne creato cardinale. Nel 1486 Ludovico diede il proprio sostegno a Ferdinando I di Napoli per contrastare la congiura dei baroni e ne ricevette in cambio il collare dell'Ordine dell'Ermellino. Approfittando della situazione impegnata per il ducato, nel 1487 le truppe svizzere invasero il milanese e giunsero a Domodossola, ma vennero prontamente respinte dalle milizie del Moro che, nel luglio di quello stesso anno, recuperarono anche Genova, che dal 1479 si era resa nuovamente indipendente dal dominio sforzesco. Per contrastare la presenza veneziana in Romagna e le mire espansionistiche dei fiorentini, appoggiò le operazioni militari di sua nipote, Caterina Sforza, signora di Imola e Forlì.

Il matrimonio

Il 17 gennaio 1491, nella cappella ducale del castello di Pavia, Ludovico il Moro sposò Beatrice d'Este, figlia di Ercole I d'Este, duca di Ferrara. Dal matrimonio nacquero Massimiliano e Francesco. Per cementare ancora di più l'unione tra le due casate, il 23 gennaio di quello stesso anno Alfonso d'Este, fratello di Beatrice, sposò Anna Sforza, nipote del Moro e sorella del duca Gian Galeazzo Maria.[10]

Duca di Milano

Busto di Ludovico il Moro, duca di Milano, portale d'ingresso della basilica di Sant'Ambrogio, Milano
Busto di Beatrice d'Este, duchessa di Milano, portale d'ingresso della basilica di Sant'Ambrogio, Milano

Gian Galeazzo, che era formalmente il duca, e la moglie Isabella, dopo il fastoso matrimonio avevano lasciato Milano per creare una loro corte a Pavia. Il giovane Gian Galeazzo non sembrava del resto avere desiderio di governare al posto dello zio Ludovico, ma fu sua moglie Isabella a richiedere l'intervento del nonno (il re di Napoli) affinché al marito venisse affidato il controllo effettivo del ducato.[11] Temendo le insistenze che ne sarebbero derivate dall'alleato napoletano e per rispondere a questa manovra, Ludovico si alleò allora con l'imperatore Massimiliano e con il re di Francia Carlo VIII.

Massimiliano promise a Ludovico il Moro di riconoscere pubblicamente la sua successione al ducato e di difendere i suoi diritti, legittimando così l'usurpazione che molti adducevano allo Sforza, e per suggellare questa promessa sposò Bianca Maria Sforza, sorella del giovane Gian Galeazzo, la quale gli portò in dote la strabiliante somma di 500.000 ducati e molti doni predisposti accuratamente dallo stesso Moro per compiacere l'imperatore e ringraziarlo della preziosa presa di posizione in suo favore. L'11 settembre 1494 Carlo VIII arrivò ad Asti, ricevuto con grandi onori da Ludovico.

Il 22 ottobre 1494 il duca Gian Galeazzo morì in circostanze rimaste misteriose: formalmente venne dichiarato morto per non aver seguito le cure prescrittegli dai suoi medici personali per un male che si trascinava da tempo e per la vita smodata che conduceva, ma a parere di molti contemporanei di rilievo, come il Machiavelli o il Guicciardini[12], il responsabile di tale morte fu lo zio Ludovico, per avvelenamento; il Moro, non a caso, gli succedette immediatamente a discapito dei legittimi eredi, toccando così l'apice del potere politico. Già il giorno successivo alla morte del duca, Ludovico il Moro era riuscito a ottenere il titolo di dux e a nominare suo legittimo erede il figlio primogenito Massimiliano.[13] Data la sua nuova posizione, da molti comunque malvista anche per la misteriosa, improvvisa e quantomai provvidenziale morte del nipote duca, Ludovico cercò di rendersi popolare con atti di benevolenza, permettendo il libero taglio dei boschi nelle sue riserve di caccia e abolendo il dazio sulle biade per gli animali.

Carlo VIII, ora che il trono di Milano era nelle mani del Moro, conscio del suo desiderio di espandere la potenza del milanese, decise di dare un segnale forte allo Sforza, pur senza compromettere i rapporti diplomatici tra i due stati: il re di Francia giunse facilmente sino a Napoli e la conquistò in breve tempo. Ludovico, a questo punto, iniziò seriamente a preoccuparsi dell'eccessiva ingerenza dei francesi negli affari anche del suo stato e pertanto decise ancora una volta di rovesciare le alleanze, passando a schierarsi con Venezia e riuscendo a ricacciare Carlo in Francia grazie alla vittoria nella battaglia di Fornovo del 1495 (ricavando d'urgenza dei cannoni da un cumulo di 70 tonnellate di bronzo originariamente predisposte per una statua equestre progettata da Leonardo da Vinci).

Durante la calata di Carlo VIII in Italia la città di Pisa, che era soggetta alla Repubblica di Firenze, si era inoltre ribellata e, poiché i fiorentini avevano rifiutato di aderire alla lega antifrancese che avrebbe affrontato Carlo VIII a Fornovo, sia la Repubblica di Venezia sia Ludovico il Moro inviarono truppe a sostegno di Pisa contro Firenze, entrambi con l'obbiettivo di impadronirsi del controllo della città.

Intanto il Moro conobbe Lucrezia Crivelli, prima dama di Beatrice d'Este e poi amante di Ludovico. Probabilmente fu lei la bella donna ritratta da Leonardo Da Vinci nel famoso quadro Belle Ferronnière. Beatrice d'Este morì di parto nel 1497 dopo una grande festa a Milano.

La caduta

Cristoforo Solari, cenotafio di Ludovico il Moro e Beatrice d'Este, 1497, Certosa di Pavia

Carlo VIII morì nel 1498. Il suo successore Luigi XII di Francia, essendo nipote di Valentina Visconti, era quindi pretendente al ducato di Milano e si diede infatti a preparare una spedizione contro il Duca. Visto che i pisani preferivano mettersi sotto la tutela di Venezia (la città era già stata soggetta al Signore di Milano sotto i Visconti), Ludovico ritirò le truppe da Pisa, avendo perso ogni speranza di potersi insignorire della città toscana. Rovesciò quindi l'alleanza con Venezia, aiutando militarmente Firenze per la riconquista di Pisa, sperando che la Repubblica fiorentina lo aiutasse almeno con la diplomazia contro l'arrivo del re Luigi XII.

Ma la mossa si rivelò sbagliata e anzi lo privò di un prezioso alleato, Venezia, che lo aveva aiutato concretamente sin dalla battaglia di Fornovo e non rendendogli certo l'aiuto di Firenze, di cui il Ducato di Milano era sempre stato fiero avversario fin dal XV secolo. Tutto ciò fu evidente alla seconda discesa in Italia del re di Francia: Luigi XII, alleatosi con Venezia, che a questo punto era desiderosa di vendicarsi del voltafaccia di Ludovico a Pisa, passò in Italia e, grazie anche alla rivolta del popolo milanese oppresso dalle tasse, conquistò il Ducato in breve tempo, occupandolo con le truppe francesi (settembre 1499). Di questa tragica discesa in Italia dei francesi, che inaugurò un periodo di guerra ed invasioni straniere sulla penisola, Machiavelli incolpò direttamente Ludovico il Moro e la politica da lui portata avanti, un giudizio storico con cui furono concordi molti storici nei secoli, ma che oggi molti tendono a rivedere.[14]

Ludovico si rifugiò a Innsbruck presso l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo e nel 1500 tentò di riappropriarsi di Milano; le truppe svizzere sue alleate si rifiutarono però di entrare in battaglia e Ludovico fu catturato dai francesi il 10 aprile presso il castello di Novara, tradito da un soldato mercenario svizzero, mentre mischiato alle sue truppe stava cercando di ripiegare verso Bellinzona, nelle cui fortezze si erano asserragliati i suoi fedelissimi che, a seguito di una rivolta, avevano scacciato i francesi.[15]

Con l'arrivo dei francesi, Milano perse l'indipendenza e rimase sotto dominio straniero per 360 anni. Tra il bottino di guerra preso dai francesi vi fu anche la grande Biblioteca visconteo-sforzesca che si trovava (insieme ad una parte dell'archivio ducale) nel castello di Pavia ed era costituita da oltre 900 manoscritti, tra cui alcuni appartenuti a Francesco Petrarca. Dei codici della biblioteca dei duchi di Milano, 400 sono ancor oggi conservati presso la Bibliothèque nationale de France, mentre altri finirono in biblioteche italiane, europee o statunitensi[16][17].

La prigionia e la morte

Castello di Loches: il torrione dove fu imprigionato il Moro

Ludovico venne portato prigioniero in Francia, passando per Asti, Susa e Lione dove giunse il 2 maggio. Luigi XII di Francia, malgrado le insistenze dell'imperatore Massimiliano per liberare Ludovico, si rifiutò di accondiscendere a queste richieste e anzi umiliò l'ex duca, rifiutandosi di riceverlo ufficialmente, pur seguitando a trattarlo come un prigioniero speciale, permettendogli di andare a pesca e di ricevere degli amici. Nell'inverno successivo, quando il Moro si ammalò, il re di Francia inviò il suo medico personale per curarlo, assieme ad un nano di corte per allietarlo.[18]

Dapprima venne detenuto al castello di Pierre-Scize, venendo poi spostato a quello di Lys-Saint-Georges presso Bourges[19], ed infine trasferito nel castello di Loches nel 1504, dove ebbe ancora ulteriore libertà sino al suo tentativo di fuga nel 1508, quando il re di Francia, sentendosi offeso da questa mancanza di fiducia del suo sorvegliato speciale, dispose che fosse rinchiuso nel torrione del castello e privato di tutti i suoi privilegi. Qui Ludovico il Moro morì il 27 maggio 1508, assistito dai conforti religiosi.[20] La sua salma non venne mai rimpatriata e venne sepolta a Tarascona, nella locale chiesa dei padri domenicani. Nel 2019, durante alcuni scavi nella collegiata di Sant'Orso a Loches, sono venute alla luce alcune tombe, una delle quali potrebbe essere riferita al duca di Milano.[21][22]

Dopo la morte di Ludovico il Moro, l'imperatore Massimiliano con i lanzichenecchi riuscì a restaurare il ducato di Milano al primo dei figli di Ludovico, Massimiliano Sforza, che regnò per breve tempo come duca, lasciando poi il trono a suo fratello Francesco II Sforza, che regnò anch'egli per un breve periodo. Alla morte di Francesco II nel 1535, e con lo scoppio delle guerre italiane, Milano passò con Carlo V definitivamente sotto il dominio dell'Impero spagnolo, alle cui sorti rimase legato nei secoli successivi.

Matrimonio e figli

Il 17 gennaio 1491, nella cappella ducale del castello di Pavia, Ludovico il Moro sposò Beatrice d'Este, figlia di Ercole I d'Este, duca di Ferrara. Da questa unione nacquero due figli maschi:

Il Moro ebbe inoltre una serie di figli adulterini, tutti legittimati, che nel corso degli anni allargarono notevolmente la famiglia ducale e consentirono allo stesso Sforza di cementare alcune alleanze:

Con l'amante Bernardina de Corradis ebbe:

  • Maddalena (1478 - Milano, 1520), sposò Matteo Litta, patrizio milanese;
  • Bianca Giovanna (o Bianca o Bianca Francesca Sforza) (Lodi, 1482 - Milano, 23 maggio 1496), sposò Galeazzo Sanseverino, signore di Bobbio.

Con un'amante sconosciuta ebbe un figlio:

  • Leone (Vigevano, 1482 - Piacenza, dopo il 1501), abate di San Vittore a Vigevano dal 1495.

Con l'amante Cecilia Gallerani ebbe un figlio:

  • Cesare (Milano, 1491 - dopo il 1512), abate di San Nazaro Maggiore di Milano dal 1498, canonico di Milano dal 1503.

Con l'amante Lucrezia Crivelli ebbe due figli:

La Milano di Ludovico il Moro

Durante tutto il periodo della reggenza del Moro (e solo in minima parte durante il suo governo diretto del ducato), Milano conobbe un vero e proprio periodo d'oro, con la presenza a corte di artisti come Leonardo e Bramante[10] e Giovanni Ambrogio de Predis, oltre che di letterati come Bernardo Bellincioni, Antonio Cammelli (detto il Pistoia), Gaspare Ambrogio Visconti, Francesco Tanzi, Serafino Aquilano, Lancino Curti, Piattino Piatti. Nella prestigiosa Università di Pavia, che fu largamente patrocinata dal Moro, insegnavano professori come Demetrio Calcondila, Giorgio Merula, Luca Pacioli e Franchino Gaffurio. Promosse l'operato di storici come Bernardino Corio, che dal 1485 venne stipendiato fisso dalla corte per redigere la sua Storia di Milano che, oltre a ricostruire la narrazione degli eventi della città e del ducato dalle origini a quei giorni, si impegnò a celebrare la figura di Francesco Sforza, padre di Ludovico, legittimandone la successione al ducato di Milano e nel contempo legittimando la propria figura dopo la morte del nipote e la sua successione. Tale opera fu svolta anche da Giovanni Simonetta, fratello dello sfortunato Cicco, che nel 1490, con il patrocinio del Moro, pubblicò le Rerum Gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium Ducis, dedicate appunto alla memoria del primo duca milanese della dinastia degli Sforza.

Leonardo da Vinci, Dama con l'ermellino, vi si riconosce la figura di Cecilia Gallerani, una delle amanti più note di Ludovico il Moro, 1488-1490, Museo Nazionale di Cracovia, Cracovia

Nel Ducato il Moro lasciò opere di sua commissione che ancora oggi appaiono di straordinaria bellezza: a Milano proseguì la fabbrica del Duomo e quella del castello (dove fece realizzare la famosa Ponticella, che ancora oggi da lui prende il nome), incrementandone la già ragguardevole e preziosa biblioteca, oltre a costruirvi il lazzaretto; a Pavia fece cospicue donazioni alla Certosa (dove contava di essere un giorno sepolto con la moglie) ed a Vigevano potenziò la residenza ducale, ingentilendo il borgo con la creazione della grandiosa piazza rettangolare ancora oggi simbolo distintivo della città, oltre a far realizzare la cascina Sforzesca, una fattoria completa alle sue dipendenze, all'avanguardia nelle ultime tecniche di coltivazione.

Un'amante di Ludovico, Cecilia Gallerani, venne ritratta da Leonardo nel famosissimo dipinto della Dama con l'ermellino, ora a Cracovia, e un'altra, forse Lucrezia Crivelli, nella Belle Ferronnière, ora al Louvre. Su iniziativa di Ludovico, la chiesa di Santa Maria delle Grazie di Milano venne interamente ricostruita ed abbellita dal Bramante, che ne fece una delle più belle espressioni del rinascimento italiano e, nel suo refettorio, Leonardo dipinse il celeberrimo Cenacolo. Leonardo, che con Milano ebbe un rapporto privilegiato durato oltre vent'anni, tanta fu la sua permanenza nella capitale lombarda, sempre su sprone di Ludovico decorò il soffitto della Sala delle Asse del Castello Sforzesco e realizzò per la Confraternita dell'Immacolata Concezione la Vergine delle Rocce, nella versione oggi conservata al Louvre di Parigi. Per il matrimonio tra Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d'Aragona, Leonardo progettò e mise in scena su commissione del Moro la cosiddetta Festa del Paradiso, un grandioso spettacolo celebrativo dell'intera dinastia degli Sforza di Milano.

Nello stesso periodo, su iniziativa di Ludovico il Moro, vennero realizzate anche molte opere d'ingegneria civile e militare, come la costruzione di canali e fortificazioni in tutta la Lombardia, oltre alla coltivazione del riso e del gelso, quest'ultimo in particolare legato all'allevamento del baco per la produzione di tessuti di seta, elemento che divenne fondamentale nell'economia lombarda. Nel 1498 istituì il Monte di Pietà.

Ludovico il Moro nella cultura di massa

Nella miniserie RAI del 1971 La vita di Leonardo da Vinci, Ludovico Sforza è impersonato dall'attore italiano Giampiero Albertini.

Nella serie televisiva del 2011 I Borgia, Ludovico Sforza è impersonato dall'attore inglese Ivan Kaye.

Ascendenza

Ludovico Sforza Padre:
Francesco I Sforza
Nonno paterno:
Muzio Attendolo
Bisnonno paterno:
Giovanni Sforza
Trisnonno paterno:
Giacomo Attendolo
Trisnonna paterna:
?
Bisnonna paterna:
Elisa Petraccini
Trisnonno paterno:
Ugolino Petraccini
Trisnonna paterna:
?
Nonna paterna:
Lucia Terzani
Bisnonno paterno:
?
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Bisnonna paterna:
?
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Madre:
Bianca Maria Visconti
Nonno materno:
Filippo Maria Visconti
Bisnonno materno:
Gian Galeazzo Visconti
Trisnonno materno:
Galeazzo II Visconti
Trisnonna materna:
Bianca di Savoia
Bisnonna materna:
Caterina Visconti
Trisnonno materno:
Bernabò Visconti
Trisnonna materna:
Regina della Scala
Nonna materna:
Agnese del Maino
Bisnonno materno:
Ambrogio del Maino
Trisnonno materno:
Andreotto del Maino
Trisnonna materna:
?
Bisnonna materna:
Ne de Negri
Trisnonno materno:
?
Trisnonna materna:
?

Onorificenze

Note

  1. ^ Francesco Malaguzzi Valeri, La Corte di Lodovico il Moro - la vita privata e l'arte a Milano nella seconda metà del Quattrocento, 1913, p.498.
  2. ^ Altre fonti storiche come Bernardino Corio riportano il luogo di nascita del Moro a Vigevano e la data del 27 luglio 1451.
  3. ^ Alessandro Visconti, Storia di Milano, Milano 1945, p. 399.
  4. ^ Cfr. Francesco Guicciardini in John E. Morby, The Sobriquets of Medieval European Princes, Canadian Journal of History, 13:1 (1978), p. 13.
  5. ^ John E. Morby, The Sobriquets of Medieval European Princes, Canadian Journal of History, 13:1 (1978), p. 13.
  6. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, p. 346-351
  7. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, p. 351-355
  8. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, p. 357-359
  9. ^ B. Corio, Storia di Milano, Milano, 1856, vol III, p. 357 e 359-364
  10. ^ a b Ludovico Sforza in Biografias y vidas (in spagnolo)
  11. ^ Pare che a fomentare la difficile situazione tra le due parti si fosse inserito anche il nobile Gian Galeazzo Trivulzio, da sempre inviso al Moro
  12. ^ Di tale parere fu anche l'annalista veneto Domenico Malipiero ed il filologo Giorgio Valla, anche se ad oggi non esistono prove certe di tale presunto avvelenamento.
  13. ^ A tal proposito, il poeta francese Filippo de Commynes commentò "si è "eletto da solo mettendo tutti nel sacco", mentre il poeta di corte Bernardo Bellincioni commentò il duca come dotato di "astuzia di volpe, energia di leone, rapacità di falco"
  14. ^ Ludovico Sforza in Encyclopaedia Britannica, URL consultata il 5 luglio 2016
  15. ^ Dizionario storico svizzero- Ludovico Maria Sforza detto il Moro, su beta.hls-dhs-dss.ch. URL consultato il 2 maggio 2019 (archiviato dall'url originale il 24 aprile 2019).
  16. ^ La Biblioteca Visconteo Sforzesca, su collezioni.museicivici.pavia.it. URL consultato il 6 marzo 2019.
  17. ^ (EN) Maria Grazia Albertini, NOTE SULLA BIBLIOTECA DEI VISCONTI E DEGLI SFORZA NEL CASTELLO DI PAVIA. URL consultato il 6 marzo 2019.
  18. ^ Di questa vicenda fa un breve accenno anche Niccolò Machiavelli nel cap. III del suo trattato Il Principe
  19. ^ Personaggi famosi di Lys-Saint-Georges: Ludovico Sforza http://lys-saint-georges.fr/personnages.html
  20. ^ William Durant, The Renaissance in The Story of Civilization 5, Simon and Schuster ed. , New York, 1953, p. 191.
  21. ^ Ludovico il Moro e i suoi misteri. Forse ritrovata la tomba in Francia.
  22. ^ (FR) Mais où est passé Sforza?

Bibliografia

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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